San Marino, “che fiorì in santità nel monastero di San Michele presso Murano di Venezia, il pellegrinaggio al Gargano l’anno 1032 (così dice il Cavaglieri) fruttò del martirio la palma. Lo dicono i pergameni di qui e l’insinua il Ferrari: sexto idus Augusti in Apulia S. Marini Monachi et Martyris. Hic S. Romualdi in vita monastica praeceptor fuit. Is Patria erat Venetus. In insula prope Muranum in Ecclesia S. Michaelis, quae nunc est Monachorum Camaldulensium vitam asperam ducens; profectus autem in Apuliam ibi a Saracenis ob Christi fidem occisus est (Ferrarius in martyrol. die 8 augusti). E ‘l di lui corpo fu giusta la tradizione di qui sepolto in Marino, città del Gargano hoggi diruta appresso Vesti, il cui vescovo fu al Vestano unito.[1] Nell’interno della chiesa di Santa Maria di Merino a destra c’è il simulacro di san Marino, eremita veneto, maestro di san Romualdo, martirizzato in questo luogo dai saraceni l’8 Agosto del 988 (così sostiene il martirologio camaldolese) di ritorno al suo romitaggio dopo la visita al santuario di san Michele Arcangelo.

Sant’Ottone (anche nominato S. Odo o S. Todo) della nobile famiglia romana Francipane (o Frangipane)[2] verso il 1058-1060 dovette partire per una spedizione militare. Fu catturato e imprigionato. Liberato dalla prigione per intervento divino tornò a Roma. Da lì si mise in pellegrinaggio per visitare i vari santuari. Il pellegrinare durò quasi 50 anni, in questi anni ha vissuto per un certo tempo vicino all’Abazia di Cava dei Tirreni, e sul Gargano. Verso il 1117 giunse ad Ariano Irpino, qui per tre anni gestì un ospizio per pellegrini, che egli stesso aveva fondato, dando esempi di carità, finché non decise di ritirarsi a vita eremitica, a quasi un miglio dalla città, nella chiesa di San Pietro de’ reclusiis, dopo sette anni di eremitaggio morì.

San Giovanni Scalcione da Matera[3] è definito nella sua Vita proprio beatissimus Joannes Eremita. Molto giovane, dopo aver trascorso pochi anni in un monastero, si ritira in un inhabitabilis eremus, bevendo acqua e mangiando erbe di campo e frutta selvatica. Dormiva appeso ad una corda immerso nell’acqua fredda, e combatteva con demoni e bestie. Dopo una visione in cui gli appare san Pietro, che lo libera addirittura da un’ingiusta prigionia in cui era finito negli anni a seguire, restaura una chiesa presso Ginosa. Incontra poi Guglielmo da Vercelli, con il quale passa qualche tempo sul monte Cognato, presso Matera. Sostò a Taranto, in Calabria, Sicilia, a Bari, poi in Terra Santa, infine di nuovo in Puglia, dove, visitando la grotta di San Michele, gli apparve la Vergine che gli indicò dove far sorgere l’abbazia che oggi domina il golfo di Manfredonia. Attorno a Giovanni si raccolsero monaci ed eremiti che diedero vita ai «Pulsanesi», ispirati alla regola di Benedetto. Il santo morì a Foggia nel 1139. Tralasciamo tutti gli altri santi e beati dell’ordine pulsanese.

vedi anche la seguente scheda: http://www.santiebeati.it/dettaglio/58550

Beato Giovanni da Tufara[4] appartenente alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo compì i suoi studi a Parigi, per ritirarsi poi a Monte Sant’Angelo on eremo. Vive per tre anni nel monastero a “tendenze eremitiche” di Sant’Onofrio, e poi nella vicina chiesa di San Silvestro. Mangia pochissimo ma legge molto, soprattutto le Vitae Patrum. Intanto, essendo numerosi coloro che intendevano seguire l’eremita, per condurre una vita dello stesso stile, il Conte Odoaldo, signore di Foiano (BN) gli donò la Chiesa e la casa di San Firmiano, e poi nel monasterium di Santa Maria del Gualdo Mazzocca, in cui il 14 novembre 1170 morì all’età di 86 anni. Con una bolla del 14 aprile 1156 il papa Adriano IV prescriveva che i monaci del nuovo eremo osservassero la regola di san Benedetto.

vedi anche la seguente scheda: http://www.santiebeati.it/dettaglio/90740

San Guglielmo da Vercelli[5] si reca a Roma e giunge in Italia meridionale per seguire il cammino per Gerusalemme. Si stabilisce dapprima nell’eremo con Giovanni da Matera, per poi giungere, in seguito alla separazione dallo stesso Giovanni, a Montevergine, vicino Avellino. Un gruppo di religiosi lo va a trovare e si stabilisce con lui. Crea una specie di “eremitismo di gruppo”, ma i suoi discepoli devono andarsene per l’eccessivo freddo patito sul monte. Finalmente incontra nuovamente Giovanni, ma Dio ordina a quest’ultimo di andare in Puglia, e a Guglielmo di restare. Ciò che colpisce maggiormente della figura di questo Guglielmo, è che nell’agiografia egli è definito confessor et heremita, anachorita, e soprattutto il creatore di un’anachoritica norma, ovvero di una regula, o comunque di una forma nuova di eremitismo o monachesimo. Fondò la Congregazione Benedettina di Montevergine detta anche Verginiani. Per molto tempo curò il santuario dell’Incoronata vicino Foggia.
-San Pascasio che fu un santo pellegrino irlandese ed eremita sul Gargano sappiamo poco. La sua vita è descritta nel manoscritto 7 dell’archivio Capitolare di Benevento e da questo proviene il testo – di cui è data l’edizione – del documento agiografico che ha per titolo Vita et obitus sancti Paschasii confessoris.[6]

Santa Bona[7] fece molti pellegrinaggi: Santiago de Compostela (che raggiungerà ben nove volte), san Michele al Gargano, Roma e la Terra Santa. Ebbe un forte legame con la città natale di Pisa  ed in particolare con i monaci pulsanesi di san Michele degli Scalzi. Il Codice C 181 dell’Archivio Capitolare di Pisa che raccoglie una prima biografia scritta dal monaco pulsanese Paolo, morto nel 1230, quando era ancora in vita la santa pisana ci informa che Bona nacque a Pisa verso il 1155/1156, nel 1170, a seguito di una visione di Gesù, parte per Gerusalemme, dove si rifugia dall’eremita Ubaldo, che diventa il suo padre spirituale. Nel tentativo di ritornare a Pisa con alcune sue compagne di viaggio viene catturata dai saraceni. Riscattata da alcuni mercanti pisani, ripara finalmente verso il 1175 nella sua stanzetta di San Martino. Qui insieme ad altri pellegrini si mette in viaggio per Santiago de Compostela, partecipa a quel primo pellegrinaggio, al quale seguiranno molti altri. Raggiungerà ben nove volte Santiago e  guidò anche i pellegrini a Roma e a San Michele Arcangelo sul Monte Gargano. Giovanni XXIII la dichiarò ufficialmente patrona delle hostess di Italia.

vedi anche la seguente scheda: http://it.wikipedia.org/wiki/Bona_di_Pisa

San Corrado Bavaro[8] ancora adolescente abbraccia la regola cistercense. All’avvio della prima crociata ottenne di poter andare in Palestina, dove rimase per qualche anno anche presso l’eremita san Guglielmo. Al suo ritorno decise di sbarcare in Puglia. Sostò all’ospizio dei Crociati di Molfetta, dove ebbe notizia della caduta in disgrazia della sua famiglia. Forse anche per questi eventi, Corrado decise di non far ritorno a Chiaravalle, ma di riturarsi, nel 1139, in preghiera in una piccola grotta carsica presso la comunità benedettina di San Maria ad Cryptam a Modugno. In quel luogo di meditazione e penitenza morì nel 1155, all’età di 50 anni.

Sant’Eleuterio: la vita del santo è avvolta nella leggenda.[9] Sant’Eleuterio, di probabile origine inglese, nella seconda metà del VII secolo, dopo essere andato in pellegrinaggio in Terra Santa, nel viaggio visitò il santuario garganico  e decise di trascorrere un po’ di tempo in solitudine e preghiera sul monte Gargano vicino la grotta dell’Arcangelo Michele. “Per abito un semplice saio, di lana molto doppia, filato a mano forse dalla sua mamma, un ampio mantello per coprirsi nelle notti fredde da passare all’addiaccio, un ampio cappello a falde larghe per ripararsi nelle giornate di pioggia, il bastone nella mano e senza scarpe, o sandali ai piedi, tanto meno borse o sacchi da viaggio, secondo l’insegnamento evangelico, in queste condizioni Eleuterio inizia il suo itinerario di fede e di perfezione cristianaSi saliva il Gargano non solo per venerarvi l’Arcangelo, ma anche per sostarvi per qualche tempo in vita eremitica, in una delle tante grotte disseminate all’intorno. Ed in una di queste grotte Eleuterio, certamente rimase per completare la sua formazione spirituale, a contatto con gli altri eremiti che vivevano in loco. Una esperienza di solitudine, di raccoglimento, a contatto con una natura ancora selvaggia ed integra, con davanti agli occhi una visione continua della grandezza di Dio, formata da un paesaggio stupendo che si estendeva fino al mare. In questo clima, ed a contatto con le altre anime che affinavano la loro unione con Dio: nella preghiera comune, nella Grotta dell’Arcangelo S. Michele; nella penitenza, nel digiuno e nella povertà più assoluta, Eleuterio completa la sua formazione spirituale. E’ qui che egli entra nella fase contemplativa della sua vita interiore.”[10] Riprende il viaggio e giunto però ad Arce di notte chiese alloggio alla locanda che era presso la Torre del Pedaggio, ma l’oste, oltre al rifiuto, gli aizzò contro anche i suoi grossi cani rabbiosi che si ammansirono subito alla vista del santo. Al mattino seguente l’oste con grande meraviglia trovò, non lontano dalla taverna, il corpo del pellegrino morto, custodito dai mastini e con molti serpenti che gli lambivano i piedi. Il pellegrino subito fu acclamato santo dalla popolazione, che lo elevò a patrono della città.

Fra Pietro di Morrone, eremita, conisciuto come San Celestino V, papa[11] diede vita all’Ordine dei “Fratelli dello Spirito Santo o di San Damiano” (denominati poi “Celestini”), approvato da Urbano IV, e fondò vari eremi. Eletto papa quasi ottantenne, dopo due anni di conclave, prese il nome di Celestino V e, uomo santo e pio, si trovò di fronte ad interessi politici ed economici e a ingerenze anche di Carlo d’Angiò. Accortosi delle manovre legate alla sua persona, rinunziò alla carica, morendo poco dopo in isolamento coatto nel castello di Fumone. Il Gargano fu testimone delle ultime drammatiche fasi della biografia del papa del «gran rifiuto». Si rifugiò presso due eremiti in una selva della Puglia, poi andò al suo monastero di San Giovanni in Piano presso Apricena, quindi cercò di imbarcarsi a Rodi per la Grecia, ma la nave naufragò. La località a «quindici miglia da Rodi e cinque miglia da Vieste», dove trascorse nove giorni prima di essere individuato e consegnato agli emissari di Bonifacio VIII.[12]

vedi anche la seguente scheda: http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Celestino_V

beato Egidio da Assisi (morto Perugia il 1262) è il terzo compagno di Francesco. Fu mite e semplice, amante dell’umiltà e della povertà. Per svolgere l’apostolato si recò a piedi a Compostella, al Gargano, a Bari, in Palestina e a Roma. Fu eremita in diversi luoghi. Per compensare le elemosine che riceveva, egli si adattava ai lavori più umili. Si ritirò poi a Monteripido di Perugia, dove visse a lungo in eremo. Lasciò un libro: Verba aurea o Detti.

vedi anche la seguente scheda: http://www.santiebeati.it/dettaglio/90369

San Fantino il Giovane[13] dopo aver seguito per cinque anni gl’insegnamenti di sant’Elia lo Speleota nella grotta di Melicuccà ricevette da lui l’abito dei novizi e rimase a Melicuccà per vent’anni, fino alla morte del Santo, esercitando prima l’umile incarico di cuoco e poi quello della custodia della chiesa. Trasferitosi nella regione del Mercurion trascorse diciotto anni di vita eremitica. Dopo il lungo tempo passato in solitudine ritornò alla vita cenobitica e fondò un monastero femminile nel quale furono accolte la madre e la sorella Caterina. Seguì la fondazione di monasteri maschili, in uno dei quali trovarono accoglienza il padre e i fratelli Luca e Cosma. Sentendo vivo il desiderio di un ritorno alla vita eremitica lasciò il fratello Luca la direzione del monastero più grande e si ritirò in un luogo solitario e selvaggio. Dalla nuova dimora di tanto in tanto si recava a visitare i nuovi discepoli, fra i quali vi erano i monaci Giovanni, Zaccaria, Nicodemo e Nilo, e trascorreva parte del suo tempo nel trascrivere codici. Ripresa la vita cenobitica il Santo continuò a vivere nello spirito della penitenza. Trascorreva lungo tempo senza prendere cibo ed era spesso in estasi. Il Santo, “poiché la gente in massa affluiva a lui di continuo, al pari di uno sciame, e non gli permetteva di godere senza disturbo il bene della solitudine”, si recò al santuario di San Michele al Gargano. Che raggiunse dopo 18 giorni di cammino “sotto il freddo e il caldo per lo più senza mangiare né bere”. Una notte, dopo la recita dell’ufficio, ebbe una terribile visione che non volle comunicare ai suoi monaci perché erano “cose assolutamente indescrivibili”. Poi “gettato via il saio se ne andò nudo per i monti”, dove “prese a star senza bere, senza mangiare e senza alcun vestito perfino per venti giorni di seguito”. Continuando a vivere in solitudine e in penitenza” si nutrì per quattro anni di erbe selvatiche e di niente altro”. Quando i monaci lo rintracciarono e lo trassero a forza al monastero riprese a ritornare “là dove si aggirava prima, preferendo le fiere agli uomini”. San Fantino incontrò molte volte san Nilo. All’età di sessant’anni, con i discepoli Vitale e Niceforo, lasciò la Calabria e s’imbarcò alla volta della Grecia e dell’Asia minore. San Fantino morì intorno all’anno 1000.

vedi anche la seguente scheda: http://www.santiebeati.it/dettaglio/90673

Sant’Agnello o Aniello di Napoli[14] è compatrono della città di Napoli. Condusse gli anni della giovinezza in eremitaggio a Napoli in una grotta presso una cappella dedicata alla Madonna e poi nell’antica chiesa di Santa Maria Intercede, poi divenuta Sant’Agnello maggiore. Si allontanò dalla città per sfuggire alla grande popolarità, recandosi a fare l’eremita dapprima sul Gargano e poi nella Ciociaria. A Napoli, dopo la conquista di Cartagine da parte dei Vandali, arrivo Settimio Celio Gaudioso che fondò un monastero basiliano. Sant’Agnello tornato a Napoli divenne monaco presso San Gaudioso, di cui divenne ben presto abate e dove morì, il 14 dicembre 595. A Monte Sant’Angelo  c’è un rione cittadino dedicato a San Aniello eremita con la sua grotta eremo oramai trasformata a garage.[15]
S. Agnello si trasferì l’anno 567. Nel romitaggio in tempo del Santo poi convertito poco lungi dalla Spelonga Angelica macerando sette anni continui con aspre penitenze la carne, tutto Spirito diventato, occupò degnamente il luogo dove degli Spiriti celesti
Per il culto di Santanello in Abruzzo  vedi A. Gandolfi, Alcune presenza cultuali nelle pratiche devozionali pellegrinali, in AA.VV., a cura di G. Marucci, Il viaggio sacro, culti pellegrinali e santuari in Abruzzo, Caledara, 2000, p. 92.

Beato Bonarde Arpinate

Beato Enrico fratello del re d’Inghilterra nel romitorio san Enrico.

Venerabile Albenzio De Rossi[16] fu avviato fin da giovane al sacerdozio, ma Albenzio ritenne che la vita eremitica era più adatta alle sue esigenze spirituali. Dalla Calabria, intraprese un lungo e faticoso peregrinare per l’Italia Meridionale con il modesto abito di  eremita itinerante, il volto scavato dai digiuni e con un teschio legato alla cintola; esortava alla penitenza con il suo forte e incisivo linguaggio. Nel suo vagare, raggiunse anche Gerusalemme da dove ritornò con una bella icona di Maria, ricevuta in dono. Si fermò alcuni anni sul Gargano e giunto a Roma, fu colpito dalla vista dei tanti poveri che affollavano la città ed ai tanti pellegrini, che dopo un lungo percorso a piedi arrivavano a Roma. Fra’ Albenzio De Rossi chiese allora a papa Sisto V (1585-1590) di procurare a questi pellegrini un luogo d’accoglienza, e il papa il 3 giugno 1587, autorizzò lo stesso frate eremita di poter costruire una casa per gli eremiti pellegrini forestieri che giungevano a Roma. In questo ospizio, gli eremiti avrebbero potuto sostare ed essere rifocillati per otto giorni, così pure avrebbero potuto essere accolti anche i poveri e gli ammalati. Per gli eremiti furono allestite 13 celle, mentre per il loro sostentamento fu messa in funzione una cucina con dispensa e un refettorio; alcuni locali, ben presto insufficienti, furono adibiti ad ospedale. Non mancava un orto interno, che produceva ortaggi per la mensa e in seguito, come d’uso, fu ricavato anche un cimitero. Di lui si parla anche nelle Acta Visitationis sotto Alessandro VII: “…Albentio da Cetrario in Calabria huomo timorato del Sig. Iddio essendo andato al Monte d’Ancona per ricevere da quei Padri Camaldoli di Montecorona qualche carità, gli diede il Priore un tonichino bianco dell’habito loro con il quale venne a Roma l’anno 1586 e prese l’habito di eremita di lana pura bianca sopra della nuda carne senza cappuccio…”.

vedi anche la scheda seguente su Albenzio de Rossi: http://www.santiebeati.it/dettaglio/92803

Fra Mauro da Bitonto, romito, nel 1635 ebbe una santa visione nella grotta angelica.[17]


[1] M. Cavaglieri, Il pellegrino al Gargano, I tomo, Macerata, 1680, n. 475.
[2] Nacque a Roma il 1040 circa, morì ad Ariano il 1127 circa.
[3] Matera, 1070 (1080) – Foggia, 1139. Di questo abate benedettino, le cui reliquie sono custodite all’interno della cattedrale di Matera.
[4] Beato Giovanni da Tufara, Tufara, 1084 – cenobio di Santa Maria di Gualdo Mazocca a Foiano (BN) 14 novembre 1170.
[5] San Guglielmo di Montevergine (da Vercelli), Abate, Vercelli, 1085 – Goleto, Nusco, 24 giugno 1142.
[6] L’edizione e lo studio è del prof. Antonio Vuolo dell’Università di Salerno.
[7] Pisa, 1155/6 – 1207.
[8] Nacque a Ravensburg, in Svevia, attorno al 1105, da Enrico IX di Welf detto il Nero e Wulfilde di Sassonia; morì a Modugno il 1155.
[9]   Il 12 aprile alla memoria dei SS Eleuterio e compagni è presente l’espressione apud messanam Apulie civitatem come in tutti i martirologi usuardi, P. De Leo, Martirologio della Certosa di Santo Stefano del Bosco, secolo XII, 2005, p. 20.
[10] E. Tavernese, Storia e leggenda di un Santo e del suo Santuario, edito dalla Pro-loco di Arce, 1979.
[11] Fra Pietro di Morrone, eremita, – Celestino V, papa (Isernia, 1215 – Rocca di Fumone (Frosinone), 19 maggio 1296).
[12] Lo storico viestano Giuliani indicò la spiaggia di Santa Maria di Merino. Mimmo Aliota e Giuseppe Martella hanno ipotizzato che Celestino V abbia trovato un temporaneo rifugio nei pressi di Peschici. Il primo ricercatore indica l’abbazia di Santa Maria di Kàlena; il secondo localizzò un luogo rupestre, significativamente chiamata a grott ‘u papa, ubicata in una pineta a ridosso della punta di Calalunga, tra Peschici e Vieste. Ipotesi suggestiva, supportata da antiche fonti orali. Celestino V si sarebbe rifugiato proprio in questa zona rupestre: è qui che sarebbe stato prelevato dal governatore di Vieste. La presenza di Celestino V nel luogo suddetto sembra confermata da un particolarissimo toponimo: l’insenatura da cui si diparte il sentiero che conduce al complesso rupestre è denominato U’ Iale d’ la Croce (spiaggetta della Croce). E il logo dello stemma celestiniano è appunto una Croce con una S intrecciata, simbolo dello Spirito santo. E’ conosciuto il toponimo grotta del papa. T. M. Rauzino, Celestino V. l’avventura di un povero cristiano.  Sul Gargano gli ultimi giorni di libertà, in Corriere del Mezzogiorno, (quotidiano pugliese allegato al Corriere della sera, 8-1-2003, p. 12 (“Cultura“); T. M. Rauzino, La cattura di Celestino V sulla costa tra Peschici e Vieste trova  un’eco letteraria nel dramma di Silone, La ventura di un povero cristiano,
[13] Nacque in una località della Calabria “vicinissima alla Sicilia” nel 927, morì in Grecia attorno all’anno 1000.
[14] Nato a Napoli nel 535, morto nel 595.
[15] Aniello divenuto adulto si consacrò al signore e si ritirò nel montegargano vicino al santuario di s Michele si venera il luogo ove Aniello per sette anni visse da penitente eremita ed ivi ebbe ispirazione dalla SS.a Vergine di tornare in Napoli ed edificarvi un ospedale per i poveri infermi lo che fece in s Gaudioso In Napoli s Aniello ebbe predilezione a vivere ritirato in piccola grotticella prossima la chiesa di s Maria intercede ed ivi mori il 14 dicembre 599 o 576 dopo anni 61 di vita menata al servizio di Dio e della languente umanità… F. Ceva Grimaldi, Della città di Napoli dal tempo della sua fondazione sino al presente memorie storiche, Napoli, 1857, p. 83.
[16] Nato a Cetraro di Cosenza il 1542, morto a Roma il 19 aprile 1606.
[17] M. Cavaglieri, Il pellegrino al Gargano, I tomo, Macerata, 1680, pagina 176.

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