di Maria Teresa Rauzino

“La vera terra inestetica non è quella che l’arte non fecondò, ma quella che, coperta di capolavori, non li sa né amare né conservare; quella che distrugge pezzo per pezzo i suoi più bei palazzi per venderne le parti a caro prezzo, per cupidigia o per nulla, ignorandone il valore; la morta terra dove l’arte non abita più, cacciata dalla sazietà, dal disgusto e dall’incomprensione.”

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Nel 1904, Marcel Proust, parlando dell’Italia, la descriveva come “terra inestetica” per eccellenza. Un’Italia che lasciava perire i propri monumenti, ignorandoli e trascurandoli era una terra morta, infeconda…

Sono passati 110 anni e la triste storia purtroppo continua. L’agonia di pietra dei monumenti italiani, e del Gargano in particolare, è una triste realtà dei nostri giorni.

Qualche giorno fa ho letto la notizia, anticipata sui loro gruppi Fb da Ludovico Centola, Severino Stea e  Domenico Sergio Antonacci, e rilanciata ieri dall’Attacco, del tentativo di furto del prezioso pozzo cinquecentesco del Convento di Santa Maria di Stignano, in agro di San Marco in Lamis. Un manufatto di pregevole fattura rinascimentale sradicato dal suo basamento, e sezionato in vari pezzi, per poterlo agevolmente trasportare chissà dove. Qualcosa evidentemente di imprevisto ha costretto  i ladri a scappare precipitosamente, abbandonando la refurtiva sui  materassi accatastati nel Chiostro che dovevano essere caricati sul camion per proteggere i reperti durante il viaggio di consegna ai committenti del furto.

Non sarebbe stato il primo caso di furto di questo genere. Il pozzo della badia di san Leonardo di Siponto, simile a quello di Stignano, ha preso il volo già anni fa, rubato da ignoti.

Da anni spariscono dai portali delle vecchie masserie e delle antiche case dei Centri storici del Gargano preziose statuette in pietra dell’Arcangelo Michele e via elencando…

I ladri di memorie hanno agito anche a Rodi Garganico, asportando un bellissimo stemma settecentesco dell’abate Ligresti che campeggiava sulla facciata della Chiesetta di Santa Barbara, appartenuta ai Cavalieri di Malta, e ridotta a rudere dopo il crollo del tetto nell’estate del 2009.

Questo agire dei ladri di memorie viene denunciato invano dagli amanti di quel che resta dell’ingente patrimonio storico-artistico del Gargano, oggi assolutamente non fruibile da parte del turismo culturale-religioso che solo a parole le Istituzioni locali, provinciali e regionali, ma anche la Chiesa e il Parco nazionale del Gargano dicono (finora ahimè  soltanto nei pubblici convegni) di voler incentivare.

Ne sappiano qualcosa noi, che dal 1997 invano ci battiamo per il restauro e la fruizione dell’abbazia di Santa Maria di Kàlena. L’oblio in cui Peschici ha relegato, insieme agli altri, uno dei suoi monumenti più importanti e insigni, scrigno prezioso che contiene al proprio interno, tra l’altro, affreschi ormai ridotti a ombre e all’esterno un prezioso bassorilievo di una Madonna orante del XIII secolo, ci lascia sconcertati.

E’ amaro constatare che i monumenti di tutto il Gargano stanno sgretolandosi inesorabilmente sotto inostri occhi. A Kalena è crollato il tetto dell’abside, le torri del Varano sono fatiscenti, l’ex Idroscalo di San Nicola Imbuti è un deserto dei tartari, è crollato il tetto del convento cagnanese.  Dove sono gli organi preposti alla tutela, dove sono i Comuni?

Non si tratta solo della noncuranza dei possessori o dei soliti furfanti prezzolati e della insipienza delle nostre Istituzioni che un siffatto patrimonio dovrebbero proteggere ma che malamente conservano. La colpa è anche di una popolazione insensibile, che si lascia scivolare tutto addosso, ignorando la propria storia e un patrimonio monumentale e archeologico che sta perdendosi irrimediabilmente. Dove sono i cittadini che reclamano la fruibilità dei monumenti che sono la ricchezza del territorio? La società civile garganica è inesistente, e i politici pensano solo ai loro egoismi.

Non si può dare tutto per scontato,  dalla salvaguardia alla cura e tutela: tali beni, più di ogni altra cosa, hanno bisogno di un’attenzione continua che mai si è voluto riservare ad essi; questi beni hanno bisogno di continue cure, di essere vissuti e protetti, tutelati, valorizzati e rilanciati.

Il Convento di Stignano sembrava un esempio virtuoso, in questo senso. La storia raccontata ieri sull’Attacco parlava di un bene restaurato dagli Enti pubblici grazie alla donazione della struttura da parte dei proprietari, i Centola. Parlava di un bene valorizzato con la creazione di posti letto nelle antiche celle dei monaci per i pellegrinidi passaggio lungo la Via Langobardoum.

Possiamo consolarci pensando che i tombaroli, i ladri delle memorie del passato sono sempre esistiti, ma si impone una domanda: che fare?

Bisogna fare restaurare immediatamente il pozzo così barbaramente deturpato ed oltraggiato, scuotendola soprintendenza e soprattutto le Istituzioni  locali.

Ma soprattutto bisogna far risorgere l’antica badia di Stignano, rilanciarla, farne un qualcosa di vivo, animarla, inserirla nella nostra quotidianità. Farla nostra!

Che la triste vicenda della distruzione del pozzo del Chiostro di Stignano possa costituire un punto di partenza per la valorizzazione dell’abbazia e per una vera attenzione all’ingente patrimonio storico-architettonico di san Marco in Lamis e del Gargano.

Facciamo di questa brutta storia un punto di partenza perché fatti simili non si verifichino più!

 

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