«Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati» (I Cor. 4,10).
Così scrive san Paolo nella prima lettera ai Corinzi, per indicare senza mezze parole e senza possibilità di dubbio ai cristiani la via autentica della imitatio Christi. Questo è uno dei moventi che porteranno al sorgere sia in Africa che in Oriente e in Occidente, sotto forme diverse, delle prime manifestazioni importanti di ascetismo cristiano e dell’eremitismo anacoretismo e nelle varie forme monastiche.

L’eremita è una persona che si ritira dalla società per condurre una vita solitaria dedicata alla preghiera e alla penitenza. Il luogo dove vivono questi “reclusi al mondo” si chiama eremo. Sebbene il numero di eremiti sia diminuito dopo la riforma, gran parte della loro tradizione è passata in diversi ordini monastici come i Francescani, Certosini, Camaldolesi, Agostiniani, Carmelitani, Minimi… Ma anche se è un fenomeno molto poco studiato ha contribuito molto alla costruzione della Chiesa, se si tiene conto di tutta una schiera di eremiti che hanno vissuto questo stato di vita e di quanti hanno vissuto un periodo da eremita per dopo affrontare altre strade di vita religiosa.

La Chiesa Cattolica Romana riconosce questo genere di vita. L’eremita senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, “in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine e nell’assidua preghiera e nella penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo. Essi indicano a ogni uomo quell’aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l’intimità personale con Cristo. Nascosta agli occhi degli uomini, la vita dell’eremita è predicazione silenziosa di colui al quale ha consegnato la sua vita, poiché egli è tutto per lui. È una chiamata particolare a trovare nel deserto, proprio nel combattimento spirituale, la gloria del Crocifisso”. (CIC 920 e 921)
Nella Chiesa Cattolica gli eremiti sono molti e sono diffusi in tutti i continenti, anche se le statistiche ufficiali non ne parlano. Nella Chiesa d’Oriente, la vita eremitica è fiorente; i suoi seguaci sono conosciuti come anacoreti. La maggiore esperienza si ha sul Monte Athos in Grecia.
Per poter cercare di compiere uno studio, più o meno approfondito, sull’identità degli eremiti bisogna cercare di valutare i singoli casi per poi cercare di estrarre delle regole generali. Ma anche questa è un’operazione difficile, perché se uno non ha condotto una minima vita spirituale e di preghiera difficilmente potrà comprendere a pieno le motivazioni, i singoli gesti e la vita quotidiana che per anni e decenni questi uomini e donne conducevano nel nascondimento.

Consideriamo che l’eremo è anzitutto un “luogo” (fisico e/o spirituale) in cui un credente decide di vivere e per questo fatto viene differenziato dagli altri.
In epoca patristica il termine eremus rievocava il luogo sia in senso spirituale che in senso materiale, mentre in seguito l’eremus ha rappresentato uno stile di vita nella sua complessità, non più solamente un luogo o un percorso spirituale, ma una scelta o opzione di fondo per vivere la propria vocazione. Ora nella nuova società post-industriale ci sono anche i cosiddetti eremiti-metropolitani.
Nel medioevo si crea la distinzione tra l’anacoreta e coloro che nella vita comunitaria volevano avvicinarsi a Dio; l’eremitaggio era vissuto da un solitario o con uno stretto numero di compagni che vivevano isolati ma vicini, mentre il cenobium era una comunità di solitaires, che ricercavano l’unione con Dio tramite la vita comunitaria con una vita eremitica vissuta nel silenzio, nella preghiera, nella penitenza, nel lavoro.
Questa scelta di fondo ha portato anche molti malati a vivere il loro “eremo” nel letto della sofferenza, ma anche molti operai a vivere l’eremo nel lavoro a contatto con gli altri ma con il cuore solo in Dio.

Sia la parola eremo che la parola deserto evocano la stessa dimensione anche se alcuni esegeti e spiritualisti danno sfumature diverse ai due “luoghi spirituali”.
Molti personaggi prima di intraprendere una missione importante si ritiravano in solitudine.
Diversi personaggi dell’Antico Testamento si rifugiavano nel deserto per momenti di “unione con Dio”, sia per incontrare la “voce di Dio” che per fortificarsi spiritualmente prima di intraprendere un’impresa importante.

Nel Nuovo Testamento è importante l’esempio di Giovanni il Battista che si preparò alla sua missione di precursore vivendo a lungo nel deserto della Giudea «vestito di peli di cammello e con una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico» (cfr. Mt 3, 4). Lo stesso Gesù, prima di iniziare la cosiddetta vita pubblica, «fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo», e qui rimase, immerso in preghiera, digiunando per quaranta giorni e quaranta notti (Mt 4, 1-2). Luca ci ricorda che Gesù, anche nel periodo della sua vita pubblica, «si ritirava in luoghi deserti a pregare» (Lc 5,5).
Nelle prime comunità cristiane ci furono diversi che fecero questa vita (eremiti o cenobiti?), anche se si hanno pochissime testimonianze, e alcuni archeologi vogliono vedere una certa similitudine con gli esseni della comunità di Qumràn.

La caratteristica della perfezione cristiana di quanti volevano applicare i consigli evangelici era la verginità, alla quale si votavano sia gli uomini, detti continentes, che le donne, dette virgines (o viduae, nel caso si trattasse di vedove). Più tardi queste persone ricevettero il nome di asceti, dal paragone che Clemente Alessandrino traccia tra la vita cristiana e la preparazione continua degli atleti. Il termine greco áskesis significa “esercitazione, esercizio ginnico”: come l’atleta acquista e affina le sue capacità con l’allenamento prolungato, così anche nella sfera etico-morale è possibile acquistare virtù con costanza, attenzione ed esercizio. Nel contesto del primo monachesimo, l’ascesi non va quindi intesa esclusivamente in senso negativo, come abnegazione o rinuncia a qualcosa, ma soprattutto come “esercizio spirituale”. Clemente, tuttavia, considerava negativamente l’ascetismo, la cui pratica la riteneva uno dei segni certi della presenza di un’eresia gnostica. La necessità della continenza, così come proclamata dagli asceti, si basava infatti per lui su opinioni che nascevano “dall’odio di ciò che Dio ha creato”.

Egli considerava lo stato matrimoniale superiore a quello verginale: le prove offerte dal matrimonio, dai figli e dalle preoccupazioni domestiche renderebbero infatti più difficile e meritorio il distacco da tutto ciò che non sia servizio di Dio. Tematiche che sono ancora presenti in studiosi di spiritulaità anche in epoca moderna.
Il termine ascetismo non si applica quindi soltanto agli esercizi di austerità come se fosse una esercitazione per migliorarsi, ma indica anche tutto uno stato di vita. All’inizio, questi asceti vivevano nelle proprie abitazioni, praticando un ascetismo “domestico”: conducendo una vita di mortificazione e di preghiera, si dedicavano alle opere di carità ma senza separarsi dalla comunità dei Cristiani. Solo più tardi queste persone si sono riunite in “confraternite religiose”, dotate di una certa forma di organizzazione e sottoposte al controllo del vescovo. Nella parte greca dell’impero romano, i membri di queste confraternite erano chiamati Filopónoi “amanti della fatica” o Spudaíoi “zelanti”.
Il monachesimo delle origini aveva proposto due modelli di rinuncia al mondo antitetici: quello “itinerante” dei Siriaci, che vedevano nel peregrinare la garanzia di totale liberazione dal mondo e che finì per essere un mezzo di opera missionaria; quello “stabile” degli Egiziani, che  vivevano da soli  o a gruppi di due o tre, in caverne, in capanne o celle di mattoni, sostenendosi con i prodotti del loro orto o con modeste attività artigianali, per cui la loro giornata trascorreva nella preghiera, nel lavoro, nella lettura e nella meditazione della Bibbia.

All’ascetismo succedette l’anacoretismo, a volte indicato anche come eremitismo. I due termini, benché a volte usati quali sinonimi, hanno tuttavia una diversa valenza.
Il termine greco anakhóresis, propriamente “il ritirarsi”, designava, in Egitto, la “fuga (nel deserto)” di tutti coloro, che, per un motivo o per l’altro volevano appartarsi.
Il termine eremitismo deriva invece dal greco eremía, “solitudine, deserto, luogo desolato” e indica propriamente che tale forma di vita aveva nel deserto il suo ambiente naturale. Dovrebbe pertanto più giustamente parlarsi di anacoretismo eremitico o di eremitismo anacoretico.

L’anacoretismo o eremitismo è quindi uno stato di vita di perfezione lontano dagli uomini, che vide persone isolate (chiamate anacoreti o eremiti) ritirarsi in luoghi deserti, al di fuori dei villaggi, in grotte o vecchie tombe abbandonate, e lì consacrarsi alla preghiera, alla meditazione e a pratiche di severa ascesi. Per garantirsi la sopravvivenza, l’anacoreta si dedicava anche a lavori manuali, per lo più la fabbricazione di corde di fibre di palma e di panieri di giunchi, che vendeva poi nei mercati dei villaggi.
Questa è la prima forma visibile del movimento monastico, detta monachesimo anacoretico. Prima di designare il monaco che viveva nella solitudine del deserto, l’anacoreta era infatti colui che era “solitario” (e questo è il significato della parola greca monakhós) perché aveva rinunciato a sposarsi, così da non avere altra preoccupazione che il servizio di Dio. La separazione dal mondo attraverso l’anacoresi permetteva al monaco di realizzare concretamente quella rinuncia al mondo che è l’elemento fondamentale dell’ascesi cristiana.

La fuga nel deserto è vista non come “uscita” dal mondo, per condurvi una vita santa, lontana dalle tentazioni mondane, ma come “entrata” deliberata nel deserto, come un’invasione dei luoghi abitati dal demonio, per liberarli dal male e renderli a Dio. Liberare la creazione dal giogo del male e ristabilire quindi il dominio di Dio sul mondo intero permetteva all’eremita di continuare l’opera di Cristo.

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