Madonna di Pescorosso - anno 2010, foto G.Tardio

Madonna di Pescorosso – anno 2010, foto G.Tardio

scheda tratta da Santa Maria Odigìtria di Pescorosso a Rignano di Gabriele Tardio

Pochi sanno della presenza dei ruderi dell’eremo-convento di Santa Maria di Pescorosso nel territorio di Rignano Garganico anche se molte carte automobilistiche riportano una chiesa di Santa Maria poco a monte della pedegarganica tra Villanova e lo scalo di San Marco. Pochi si sono chiesti il perché e i ruderi sono conosciuti solo da pochi pastori che vivono nella zona.
Se andate sul posto sicuramente rimarrete impressionati negativamente perché non è rimasto niente, solo pochissime tracce di questo luogo di culto e di vita che per secoli ha vissuto ha dato impulso ad un’ampia zona montana e della piana. Le vicende umane e l’oblio hanno calato su questo eremo-convento la più grande desolazione.

I ruderi del convento di Santa Maria Odigìtria di Pescorosso sono posti a mezza costa, in uno dei canaloni che scendono a Pescorosso da piedi in agro di Rignano Garganico e precisamente in quello che attraversa le due rupi, oppure come li chiamano i contadini locali “murge” o “pesconi” di colore rossastro che si ergono nella fascia pedegarganica.
Percorrendo la strada provinciale pedegarganica da Villanova verso Apricena dopo circa quattro km si vedono queste due rupi dove la roccia ha una colorazione rossastra e al tramando la colorazione rossa è ancora più evidente. Bisogna proseguire a piedi per oltre un km fino ad arrivare a queste due rupi. Nel canalone centrale quasi allo stesso livello delle cime delle rupi ci sono i ruderi del convento di Santa Maria Odigìtria di Pescorosso. Ad alcuni metri dal “letto” del canalone c’è il sito del Convento.

Si scorge un ampio scavo rettangolare, profondo diversi metri. Sul lato posto nella zona più a valle si notano muri di elevazione ampi e resti degli stipiti della porta di accesso con alcuni gradini delle scale; sono sparse molte pietre squadrate che facevano parte della muratura di costruzione in elevazione. Nelle immediate vicinanze c’è anche una vecchia cisterna per la raccolta delle acque piovane. La zona è indicata dai pastori e contadini del posto come il convento di Santa Maria, la stessa dicitura è riportata in molte mappe stradali e topografiche anche contemporanee, anche se il sito è abbandonato da secoli. Sull’apice della rupe posta ad est si possono notare alcuni ruderi di epoca antica, alcuni studiosi parlano di periodo romano altri di alto medioevo. Sicuramente era un posto di osservazione e di segnalazione perché c’è un’ampia visuale sia verso est che verso ovest e una buona visuale fino al sub appennino oltre Lucera.

Tra questi ruderi si possono scorgere anche diversi resti di mura e di una costruzione seminterrata. Tra le pietre sfaccettate per
realizzare muri di contenimento o di elevazione che ormai sono scivolate nel pendio si trovano pezzi di ceramica rossa sia di tegole che di vasellame. Andrebbe fatta un’attenda valutazione di tutto il sito perché molto interessante.
Nel canalone ad est di questa rupe a quote diverse ci sono diverse grotte che sono state ampliate e adattate da uomini per abitazione e ricovero animali in diverse epoche storiche. La contrada Pescorosso è divisa da “Pescorosso da capo” e da “Pescorosso da piedi”, per distinguere la zona montana e scoscesa dalla zona pianeggiante.

Nella zona di Pescorosso da piedi sono state ritrovate diverse tombe romane e siti di ville e masserie di varie epoche dalla preistoria al medioevo. L’eremo – convento è ricordato anche come S. De Gitria a Pescorosso ma il termine vero è riferito alla Madonna Panagìa Odigìtria. La prima volta che abbiamo la descrizione del feudo di Pescorosso si ha nel documento del 1029 nel quale
Cristoforo, protospatario e catapano d’Italia e di Calabria, per intercessione di Leone, arcivescovo di Siponto, dona al monastero di San Giovanni in Lamis, in persona dell’abate Pietro, un determinato territorio sito fra Monte della Guardia presso Rignano Garganico e il fiume Candelaro, delimitandone i confini.
“Sigillum factum Cristophari protospatarii et catapani Italie et Calabrie et datum tibi Petro monaco et abbati monasterii Sancti Iohannis de Lama et monachis et posteris tuis, mense ianuario, indictione duodecima. Servientibus Christo aptum est dona prebere et ecclesias augere, ut semper Deo devote orent. Unde invenimus Petrum monacum et abbatem probum et testificatum a Leone venerabili archiepiscopo de civitate Siponti et bonis hominibus, quoniam ipsi et ceteri monachi student in servitio Dei et ut cos in servitio Dei melius animemus et habeant unde abundanter vivere possint, damus et concedimus eis terras et loca cum ipsis terminis, videlicet: a Monte Guardie Rimani per vadum qui vadit ad viam Sancti Andree de Staggita et vadit ad Pirum et ferit in Fraste de Brantiza per aquam Blancazam et intrat in medio fluminis Candelarii et recto tramite vadit ad concam capitis MontisTabernarii et inde vadit ad montem prenominatum Guardie Rimani. Unde precipimus, ut nullus inter hos terminos audeat invadere seu molestiam tacere aut ipsum monasterium perturbare, sed sint quieti in ipsis terris suis in servitio Dei et monasterii supradicti et territoria que sunt infra ipsos terminos laborandi laborent et faciant laborari et pro servitiis ipsius monasterii habeant et precipimus ut nullus impedimentum seu iniuriam dicti monasterii monasterio et monachis faciat aut hos terminos prenominatos et terras de ipso monasterio subtrahat et si quis invadere aut subtrahere presumpserit de terminis supradictis, componat Curie et ipsi
monasterio solidos quingentos de auro puro et invitus taceat. Et hoc sigillum damus bullatum plumbeum pro cautela tui monasterii et posterum tuorum tibi prenominato Petro monaco et abbati monasterii Saneti Iohannis de Lama et monachis tuis, mense et indictione suprascriptis, Cristophari protospatarii et catapani Italie et Calabrie.”

In questo documento non si specifica cosa c’era all’interno dei confini ma si descrivono sommariamente i confini.
Nelle delimitazioni dei confini fatte nelle conferme successive del 1030 e 1095 si continua a parlare di uesti territori alle falde del Gargano a valle e a monte del Candelaro:

… dehinc descendit per vallem inter duas petras que sunt rubre et regirat ad predictum flumen Candelarii ad locum qui vocatur Platizza et recto tramite vadit sicut petre fixe sunt usque ad puteum Sancte Marie Peschi rubri; postea vadit ad flumen Troioli et ascendit per ipsum flumen ad locum qui dicitur conversio fluminis et ibi petre fixe sunt et recto tramite vadit ad locum qui dicitur Profica et recto tramite vadit ad stratam que dicitur Francesca; postea salit versus montem qui dicitur Castellum…

Ma nelle concessioni successive non si parla più di questi tipi di confini anche se l’abazia di San Giovanni in Lamis continua a tenere ampi possedimenti nella piana vicino il Candelaro e vari terreni in Casalinovo e a Sala.
Il sito che ci interessa è descritto molto bene sia nella concessione del 1030 che in quella del 1095, il confine vadit ad Montem Guardie et dehinc vadit per vallem inter duas petras que sunt rubre et deinde ad flumen prenominati Candelarii, le due pietre sono le due “murge” di Pescorosso.

Nel documento del conte Errico del 1095 si parla anche di Puteum Sancte Maria Peschi rubei. Se il feudo di Pescorosso è stato concesso all’abazia di San Giovanni in Lamis per intercessione dell’arcivescovo di Manfredonia è significativo. Si può ipotizzare che il convento-eremo avesse tutto il feudo alle sue dipendenze e che in quel periodo fosse rimasto vacante. Si può avanzare anche l’ipotesi che il convento e il feudo fossero tenuti da monaci di rito greco che hanno abbandonato il convento per le lotte di quel periodo storico. Si può ipotizzare che per sottrarlo al rito greco lo abbiano assegnato ad un monastero di rito latino. Ma può anche
ipotizzarsi che il convento di Pescorosso diventato insicuro o distrutto dalle scorribande dei saraceni erano stato abbandonato. Ipotesi, solo ipotesi.
Il toponimo Pescorosso, ancora ora in uso ha una lunga attestazione. Il 29 marzo 1182 alla presenza del giudice Buccafolle di
Riniano, il milite Roberto Traversa e suo figlio Traversa, cittadini di Riniano (cives Riniani) vendono al presbitero Raone una terra presso (in horis) Pesko Russo. Nel Quaternus excadenciarum di Federico II di Svevia diverse volte viene citato Santa Maria di pesco rosso: est in pede sancta Maria Petre rubie; sancta Maria de Petra Rubea; iuxsta ecclesiam sancte Marie de Pescaruscio.
Tra le locazioni della Mena delle pecore di Puglia nella locazione di Arignano c’era la posta di Pescorusso da capo e da piedi che andava dalle falde della montagna al Candelabro, tra Pianezza e Villanova. Era rinomata per la sua ottima erba della estensione di carra 33 e versure 19.6 C’erano cappelle presso le capoposte di Monica, Villanova, Pescorusso ecc., per dare la possibilità ai pastori ed agricoltori di ascoltare nei giorni festivi la Messa e accostarsi ai santi Sacramenti. Nella cartina della Locatione di Arignano c’è disegnata la Posta di Peschorusso dacapo e dapiede.
La presenza di almeno un eremita al convento-eremo di Santa Maria di Pescorosso è ricordata nel 1707, l’eremita Fr. Antonio Canosino era romito di S. De Gitria a Pescorosso. L’eremita che abitava a Pescorosso, come quello che abitava a Madonna di Cristo, dipendeva dal padre guardiano del convento di San Matteo. In questa sede non voglio dilungarmi sulla problematica
degli eremiti che dipendevano dal convento di San Matteo e chi vuole può andare a leggere tutto il materiale già pubblicato.
Il convento di Santa Maria di Pescorosso è stato sempre considerato dai topografi un punto importante di riferimento, perché è spessissimo usato come toponimo con il simbolo di una chiesa.


Visualizza Luoghi di ricerca in una mappa di dimensioni maggiori

Santa Maria Odigìtria di Pescorosso a Rignano
21.0 MiB
306 Downloads
Dettagli...

You must be logged in to leave a reply.

Sitio web optimizado por: SEO Valencia
Plugin Modo Mantenimiento patrocinado por: Wordpress modo mantenimiento