Madre di Cristo, Rignano G.co - 2012, foto Ludovico Centola

Madre di Cristo, Rignano G.co – 2012, foto Ludovico Centola

scheda tratta da Madonna di Cristo, la Materdomini nel cuore dei rignanesi di Gabriele Tardio

Su uno sperone della piana della Madonna che guarda verso il Tavoliere è situata la chiesa della Madonna di Cristo con l’annesso eremo. La piana della Madonna è un primo tavolato che alle pendici del monte Gargano si eleva dal Tavoliere. Questa piccola piana della Madonna continua verso est con il colle della battaglia, poi Lammioni, Lamapuzza, Caldoroso, Matine e si raggiunge le pendici di Monte SantìAngelo.

La chiesa che si trova sullo sperone prima della piana della Madonna, per chi viene dal Tavoliere, e deve fare la salita a Rignano era un momento di sosta obbligata, un momento per far prendere respiro agli animali da soma, per rinfrescarsi con l’acqua della cisterna e rivolgere una preghiera affettuosa alla Madre carissima di Cristo. Dal punto dove sorge la chiesa c’è un’ampia visuale con la possibilità di comunicare e di ricevere segnalazioni. Nei tempi antichi senza telefoni e radio, le notizie viaggiavano con i
piedi degli uomini e dei cavalli, ma volavano anche con i “piccioni viaggiatori” e con i segnali di fuoco o fumo. Il sito della Madonna di Cristo poteva essere una di queste postazioni in epoca preromana e romana. Ipotesi, ma solo ipotesi, non certezza.
Se prima dell’anno 1000 ci fosse una chiesa e un convento annesso non lo sappiamo, ma nell’ipotesi di ricerca storica non bisogna sottovalutare una simile ipotesi.
Chiese mariane circondavano tutto il Gargano: Madonna d’Elio, Madonna della Rocca, Santa Maria a Stignano, Santa Maria di Pescorosso, Madonna di Cristo, Santa Maria di Pulsano, … Merino, Kalena … solo per citarne alcune.
Nell’agro di Rignano c’era il convento-eremo di Santa Maria di Pescorosso con un bel convento e vasti possedimenti. Si può ipotizzare che i due conventi o grance fossero indipendenti o alle dipendenze di altri monasteri. Nella ricerca bisogna valutare se queste strutture ecclesiastiche avessero una diversa destinazione e inquadramento giuridico. Bisognerebbe verificare se erano di rito greco nel periodo bizantino e successivo, se avevano una valenza santruariale o di servizio liturgico, se invece erano postazioni strategiche militari o di osservazione.

Se originariamente in questo sito ci fosse stato un vecchio convento o una laura con capanne non sappiamo; se furono i benedettini a costruire una grancia alla dipendenze è una ipotesi anche questa percorribile. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la rupe fosse stata utilizzata in epoche antiche come postazione di vedetta o di segnalazione o di abitazione protostorica.
Queste possibili soluzioni sul primitivo utilizzo del sito non toglie o aggiunge niente alla suggestione e all’amore che i rignanesi hanno avuto per secoli con la Madre di Dio che da quel sito irradia la sua protezione.
L’Ecclesia Sancte Marie de Chrísto, S. M. de Christo, M. di Cristo, Materdomini, Mater Crhisti, Santa Maria Mater Iesu Christi, plano sancte Marie de Christo, tutti questi nomi indicano la stessa chiesa, lo stesso titolo, la venerazione della Madonna in quanto madre di Cristo, del Signore. Dalla fine del secolo XVII perde tutte queste denominazioni per essere detta generalmente solo Madonna di Cristo.
Secondo la maggior parte degli studiosi la sua fondazione va posta nei secoli precedenti al XI sec., come le altre chiese nella fascia pedemontana, ma allo stato attuale delle ricerche non è possibile precisare una data. Non si sa se fin dal principio la chiesetta e l’eremo o piccolo convento fu alla dipendenza del monastero benedettino di San Giovanni in Lamis (convento S. Matteo) oppure fosse una struttura autonoma. Tra le dipendenze dell’abazia di San Giovanni in Lamis appare solo il 7 maggio 1176, nell’ampio privilegio del normanno re Guglielmo: «la chiesa di S. Maria di Cristo con tutte le sue pertinenze». E’ da precisare che
invece il convento-grangia di Santa Maria di Pescorosso è inserita nei possedimenti dell’Abazia di San Giovanni in Lamis sia nella concessione del 1030 che in quella del 1095.
Se nel periodo dei benedetti neri o in quello successivo dei cistercensi dell’abazia di San Giovanni in Lamis la chiesa e i terreni adiacenti alla Santa Maria di Cristo fossero una grangia non lo sappiamo ma lo possiamo ipotizzare perché erano molti i possedimenti con chiese che l’abbazia aveva fuori i propri confini.

I monaci vivevano la vita monastica nell’abazia dedicando il loro tempo oltre che all’Ufficio Divino e alle varie preghiere e meditazioni anche al lavoro manuale nella bonifica dei territori posti intorno ai loro monasteri. I mezzi di sussistenza dei monaci derivavano dalle
rendite patrimoniali e dal lavoro manuale, dalla coltivazione della terra e dall’allevamento del bestiame. Per questo e per il disbrigo degli affari economici c’erano i fratelli conversi. Con questo termine si indica un religioso laico, vincolato da tutti gli obblighi fondamentali della vita religiosa eccetto l’Ufficio Divino. Questi ultimi data l’esenzione all’Ufficio Divino potevano vivere anche lontano dal monastero di appartenenza, sulle sue proprietà, in costruzioni chiuse, dove si conservava il raccolto e gli attrezzi agricoli, denominate grange.
Lo strumento di maggior successo per raggiungere tale scopo fu l’organizzazione in grange, una specie di stanziamenti monastici agrari, del tutto paragonabili alle moderne fattorie. Secondo le norme più antiche, le grange non dovevano distare dall’abbazia più di una giornata di cammino: esse potevano restare così sotto stretto controllo ed i fratelli conversi potevano fare ritorno ogni domenica al monastero per gli uffici religiosi. I monaci di coro non avevano il permesso di pernottare nelle grange: il lavoro quotidiano, nelle grange, divenne perciò responsabilità dei fratelli conversi, sotto la direzione del maestro della grangia, o
grangiario. Quest’ultimo riceveva istruzioni dal cellerario e dal procuratore dell’abbazia, ed a sua volta era responsabile di fronte all’abate.

Tra monaci conversi ed eremiti c’è stata una continua presenza presso la chiesa di Madonna di Cristo. Purtroppo non abbiamo la sequenza dei nomi degli eremiti che hanno vissuto a Madonna di Cristo sappiamo solo pochissimi nominativi, ma gli eremiti volevano vivere una vita nascosta in Dio e non si sono curati di lasciarci un minimo di documentazione. La maggior parte degli eremiti erano semplici laici, solo alcuni erano sacerdoti. Questi aggiungevano all’esercizio dell’ordine le attribuzioni proprie degli altri romiti. Gli abati commendatari avevano spostato la sede della curia abaziale nel centro abitato di San Marco in Lamis e il monastero era lasciato disabitato. Con l’arrivo dei francescani presso il monastero di San Giovanni, che avevano dato il titolo di convento di San Matteo, cercano di dare una direttiva unica ai vari eremiti presenti nei vari tenimenti dell’Abazia, anche per evitare le intromissioni delle autorità civili e del vicario badiale. Una simile azione già era stata fatta con successo con gli eremiti vicino al Convento di Santa Maria di Stignano.
Gli eremiti vennero ascritti al Terz’Ordine Francescano e vestivano un abito speciale simile a quello indossato dagli osservanti francescani. Dopo l’ammissione come terziari si faceva un anno di prova richiesto per emettere la professione e divenire così “professi”. La Religione imponeva ai solitari qualche obbligo particolare che li tenesse legati all’ordine e nutrisse la loro pietà e lo spirito di penitenza. Sicuramente erano tenuti a recitare l’ufficio della Madonna; a dire speciali preghiere per i vivi e per i defunti; a digiunare il mercoledì o qualche altro giorno e perfino a darsi la disciplina. Ma il requisito più importante nell’istituto eremitico è senza dubbio la patente dell’Officio Spirituale, rilasciata, di solito dietro domanda dell’aspirante. Era questo documento che costituiva il vero eremita, attribuendogli il privilegio dell’immunità ecclesiastica, cioè l’esenzione dal foro laico, concedendogli la facoltà di abitare un determinato eremo e di questuare. L’autorizzazione veniva di solito concessa per poco tempo, magari solo per pochi mesi allo scopo di provare il candidato, poi si rinnovava ogni anno o ogni tre.

La licenza richiamava, sia pur brevemente, anche i doveri propri di un eremita: frequenza ai Sacramenti, servizio nella chiesa eremitica e nelle domeniche e nelle feste: assiduità alle sacre funzioni e specialmente alla dottrina cristiana, che spesso erano tenuti a insegnare ai bambini del vicinato. Inoltre dovevano obbedire al padre Guardiano, risiedere nell’eremo il maggior tempo possibile e non ammettervi mai donne.
Non tutti gli eremiti restavano fedeli agli impegni assunti all’atto della vestizione e della conferma. Si deve però sempre riflettere che gli eremiti erano persone prese dal popolo, buone sì ma spesso ignoranti e senza una preparazione religiosa profonda come veniva
impartita negli Ordini veri e propri. Ciò spiega a sufficienza le varie defezioni o decadimento spirituale. Nel settecento e ottocento l’istituto eremitico andò un po’ alla volta decadendo, sia per le mutate circostanze storiche e spirituali, sia per la lotta sferratagli contro dopo il decennio francese.
Dobbiamo fissare alcune considerazione d’indole generale su questo fenomeno di vita religiosa, spesso sconosciuto o almeno poco noto. Molti, quando si parla di romiti, corrono subito col pensiero a sant’Onofrio, a sant’Antonio, a san Ciro, padri degli antichi anacoreti, ai Camaldolesi, ai Certosini, ai primitivi Agostiniani, ai Pulsanesi o ad altri simili ordini di vita eremitica e contemplativa. Ma la maggior parte degli eremiti del Gargano occidentale non si possono avvicinare a nessun ordine o congregazione religiosa. Se un confronto è opportuno, si possono tutt’al più accostare ai “monaci inclusi”, cioè a quei religiosi, che fin dai primi secoli, desiderando di condurre una vita più severa e più ritirata, chiedevano di nascondersi nella solitudine, sia nel monastero che fuori.

Gli eremiti accoglievano viandanti smarriti e pellegrini che transitavano nelle vicinanze del romitorio, indicando loro la giusta strada. Secondo alcuni proprio sotto la Cappella della Madonna di Cristo passava la strada sacra dei pellegrini diretti a Monte Sant’Angelo che facevano la pedegarganica o che provenivano da Lucera.

I restauri che si sono accavallati negli ultimi quattro secoli sono stati compiuti alla buona e quindi è difficile individuare il nucleo medioevale di tutto l’edificio. Allo stato attuale la cappella presenta due piccole navate, una sagrestia, una caseggiato per l’eremita, un cortiletto con recinto murato. Alcuni hanno ipotizzato che la navata a sinistra è stata aggiunta nel 1619 dalla devozione dei rignanesi come riporta una lapide presente (“Rignani populi devotio elemosina A.D. 1619”) e come si può constatare dall’enorme mole dei pilastri che dividono le due navate. Sono belli i pochi righi in cui il Ricci pennella la chiesa. Il prospetto principale si vede che è stato realizzato nei primi anni del ‘900, si è voluto dare una visione prospettica unitaria ed è fatto in modo da far pensare ad una chiesa a tre navate. Il portale d’ingresso è nella zona centrale, il prospetto della facciata sulla destra è davanti la seconda navata ma sulla sinistra la facciata copre parte dei locali dell’eremo, il campanile conclude sulla sinistra la facciata. La facciata della chiesa è esposta a est con l’altare nella parte ovest della chiesa. La chiesa è ben tenuta anche se andrebbero fatti piccoli lavori di manutenzione ordinaria. La sacrestia è un bel locale luminoso posto nella parte posteriore della chiesa. I locali dell’eremo, parte restaurati e parte che hanno bisogno di alcuni lavori, sono sul lato sud della chiesa.
Al cortile dell’eremo si accede da un piccolo portale che da sul piazzale, il cortile è abbastanza grande e si affacciano i vari locali dell’eremitaggio, nella zona a ovest lungo il muro di cinta si nota che doveva esserci un altro vano crollato vari decenni addietro, nella zona a sud si nota un vano scoperto che doveva essere una piccola torretta, subito vicino si nota un’altra apertura murata lungo il muro di cinta con una piccola scala, il tutto però è murato molto tempo fa. Vicino al muro di cinta del cortile ci sono due piccoli locali che alcuni decenni fa erano stati costruiti per servizi igienici da utilizzare durante la festa, sul piazzale c’è un’antica cisterna per la raccolta di acqua piovana con le colonne in muratura e poco distante una croce che si affaccia a balconata sulla pianura sottostante.

Per raggiungere la chiesa e l’eremo è stata realizzata una strada non molto larga, e davanti la chiesa è stato realizzato un piazzale comodo per raccogliere i fedeli che non riescono a stare in chiesa.
La statua della Madonna di Cristo è attualmente conservata nella chiesa madre in paese per evitare furti sacrileghi, e viene scesa solo in occasione della festa. Della statua non si conosce l’epoca di realizzazione, ma questo non interessa ne a noi ne ai rignanesi,
l’importante è la fede che sorregge questo culto. La statua non è di un grande e famoso scultore ma “è molto bella” e con “la faccia di una contadina vestita a festa”23 è nel cuore dei rignanesi che non guardano all’esteriorità ma alla fede. Il rivestimento in seta ricamata in oro di epoca imprecisata che richiama una moda barocca del Settecento, ma sicuramente e stato realizzato tra l’ottocento e inizi novecento. La statua ha in mano delle spighe di grano in oro.
“La preziosa corona il 30 settembre 1975 fu sottratta da mano scellerata dal capo della sacra icona di Maria Madre di Cristo con le generose offerte del popolo fu coniata in Napoli dall’artista Raffaele Scotti la nuova corona che il 31 ottobre 1981 nella chiesa
Madre di Rignano l’arciprete parroco don Pasquale Granatiero solennemente pose sul capo del bambino e della madre tra il giubilo dei fedeli proclamata Regina di Rignano tale regni sempre nel nostro cuore in ricordo il CPP Rignano 13 aprile 1982.” Così recita una lapide presente nella chiesa rurale.

Sotto la sacrestia c’è una grotta (ora murata) che è legata a diverse leggende, nel vallone sottostante sia a monte che a valle ad alcune centinaia di metri ci sono altre piccole e grandi grotte, in parte naturali e in parte sistemate dall’uomo, che andrebbero studiate più attentamente per valutare un’eventuale presenza umana di monaci o eremiti prima della fondazione della chiesa di Madonna di Cristo.


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