Santa Maria di Calena in una foto degli anni '60 di Romano Conversano

Santa Maria di Calena in una foto degli anni ’60 di Romano Conversano

Scheda a cura di: Maria Teresa Rauzino

L’Abazia di Santa Maria di Calena, sita in agro di Peschici, è da annoverare fra le più antiche d’Italia. Sarebbe stata eretta nell’872. Probabilmente vi fu una prima presenza di monaci basiliani. Un edificio sacro esisteva nell’11° secolo, come testimonia un atto di donazione del 1023: il vescovo di Siponto donò «l’ecclesia deserta in loco qui vocatur C(K)àlena, cuius vocabulum est sancta Maria» all’abbazia di Tremiti, fornendo tutte le necessarie pertinenze: un orto, una vigna, terreni da coltivare che permettessero ai monaci benedettini di poter vivere senza problemi, trasferendosi in terraferma.

Il 1058 il cenobio divenne una potente abazia. Via via che papi e imperatori le concedevano ricchi privilegi, i suoi beni si estendevano oltre l’area garganica fino a Campomarino e Canne. L’Abazia di Monte Sacro, presso Mattinata, era una di queste ricche dépendances ed ebbe un secolare contenzioso con la casa-madre che non voleva concederle assolutamente l’autonomia. Per rendersi conto dell’entità del prestigio di Santa Maria di Calena, basta ricordare che il 1420, quando era già in declino, i beni in suo possesso consistevano in circa trenta chiese del Gargano Nord, con relative pertinenze di mulini, case, terre, oliveti, diritti di pesca sul Varano e diritti feudali sulla città di Peschici e il Casale di Imbuti.

Contesa dai potenti monasteri di Tremiti e Montecassino, riuscì a restare indipendente fino al 1445, quando fu inglobata definitivamente a Tremiti, sotto i Canonici Lateranensi. E’ certo che l’Abazia di Santa Maria di Calena accolse molti pellegrini, famosi e non, che sbarcavano sui litorali del Gargano Nord per recarsi al Monte dell’Angelo. I redditi derivanti dalle numerose donazioni dei fedeli le servirono indubbiamente per assolvere degnamente a questa funzione di ospitalità.

Giuseppe Martella, citando l’abate Benedicto Cochorella (che il 1508 scrisse una “Cronaca Istoriale di Tremiti”), afferma che l’abazia si rese importante e ricca per concessioni e privilegi di principi, papi, imperatori e fedeli. Questi, per recarsi alla miracolosa grotta dell’Arcangelo S. Michele, facevano lungo il cammino la prima tappa a Calena, dopo ai Santuari siti nella montagna garganica. I monaci benedettini coltivavano, in un esteso orto botanico, innumerevoli varietà di erbe officinali proprio per curare i pellegrini bisognosi di cure e ristoro.

La presenza di pellegrini stranieri nell’Abazia di Santa Maria di Calena è documentata dai resti delle sue fabbriche conventuali, visibili a tutti ancora oggi. Critici e storici dell’arte come Emile Bertaux hanno analizzato, nelle loro pubblicazioni, le due chiese presenti nel complesso badiale: presentano rare e interessanti tipologie di architettura pugliese, europea ed extraeuropea. Se la prima chiesa dell’abbazia si inserisce infatti nel solco di un’originale tradizione costruttiva pugliese, quella delle cupole in asse, la più recente seconda chiesa, che si addossa all’edificio più antico, fu costruita con soluzioni architettoniche di vasta circolazione europea ed extraeuropea da quelle maestranze itineranti di scalpellini, di origine borgognona, che percorrevano nei due sensi, col traffico di pellegrini e crociati verso la Terrasanta, la “Via Francigena”.

Sempre il Martella, in “Peschici illustrata”, citando un documento del 1275 (un privilegio con cui Carlo I d’Angiò concede a suo fratello, il re di Francia Luigi IX, legname tagliato nei boschi garganici) rileva che soltanto due porti dell’Adriatico erano adibiti per l’imbarco di legname per la Francia: quello di Manfredonia e quello di Peschici. Questo interessante dato lo autorizza ad affermare che “a Peschici a quel tempo esistevano delle strutture portuali che evidentemente erano ben note, se non paragonabili a quelle sipontine, tuttavia valide e attrezzate per imbarchi di materiali … Differentemente il porto di Peschici non sarebbe stato citato nel documento angioino”.

Lungo l’itinerario classico della Via Sacra dei Longobardi vi era la cella della Santissima Trinità di Monte Sacro, nei pressi di Mattinata, che appartenne all’abbazia di Calena dal 1058 fino al 1198. Secondo Adriana Pepe è proprio nel quadro dei rapporti col santuario del Monte Gargano che il possesso della Santissima Trinità di Monte Sacro assunse un particolare interesse per i monaci benedettini calenensi. Una lunga e difficile contesa nel corso del 12° secolo (1127-1198) oppose l’abazia alla sua antica cella, che di fatto si era resa indipendente (Prencipe, 1951, pp. 43-49).

Oggi Monte Sacro risulta molto decentrata, rispetto alle altre pertinenze di Santa Maria di Calena, ma un tempo non era così. La Alvisi, col sussidio della fotografia aerea, ha individuato una fitta rete di strade mulattiere che sin dall’antichità collegavano i centri abitati della costa settentrionale al porto di Siponto e il cui utilizzo dovette intensificarsi con lo sviluppo del Santuario di Monte Sant’Angelo.

Intorno a Calena, luogo-simbolo dell’immaginario collettivo di Peschici, non mancano suggestioni e leggende Dall’abbazia, un camminamento sotterraneo portava alla caletta dello Jalillo: serviva ai frati per sfuggire alle frequenti scorribande saracene. Da un’acquasantiera, posta in fondo alla navata sinistra della chiesa nuova, giungerebbe il rumore della risacca marina. Si racconta anche di un antico tesoro di Barbarossa. Forse, era l’ammiraglio turco Khair ad-Din, attendente di Solimano I, che assediò Tremiti. Una leggenda popolare narra che il Barbarossa, in cammino verso la grotta dell’Angelo, vi fece una sosta dolorosa: seppellì nella cripta la sua figlia prediletta, ammalatasi durante il viaggiom e le pose, come singolare cuscino, un vitello d’oro. Questo tesoro prezioso gli abitanti di Peschici lo hanno cercato invano, dimenticandosi che è in piena luce, sotto i loro occhi…


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